Quel buco sul cranio di Celestino…


Come è stato riferito dalla stampa, le spoglie di Celestino sono affidate ad una Commissione diocesana-presieduta dall’Arcivescovo dell’Aquila Monsignor Giuseppe Molinari- che ad un primo sommario esame-si parla di indiscrezione trapelata- ha ritenuto che il buco sul cranio dell’eremita Pietro del Morrone, salito al soglio pontificio con il nome di Celestino V, sarebbe “biologico” , cioè naturale, il che escluderebbe l’ipotesi dell’uccisione violenta.

Tale conclusione, nonostante l’autorevolezza della Commissione di cui si ignora la composizione, non appare ictu oculi convincente e comunque è in contrasto con quanto affermato dalla Commissione medico-legale formata dal Professore Luigi Gualdi e i dottori Alfonso Torti, Giacomo Crespi, Giovanni Silenzi e Virginio Pensuti che, il 29.8.1888 rilevarono che “nel punto più sporgente della bozza frontale sinistra, a livello della metà del margine sopraorbitale, distante da esso circa 4 centimetri, esiste un forame rettangolare a margini retti, senza nessuna lesione ossea circostante. Il lato orizzontale del rettangolo misura circa 5 millimetri; l’altro verticale, circa 9 millimetri.

Il foro penetrante in cavità, lascia nettamente distinguere i tre strati cranici, tavolato esterno, diploe, tavolato interno.

La superficie di frattura è alquanto più chiara della superficie esterna del cranio”.
A seguito di tale esame i periti conclusero che “l’origine della suddetta lesione non possa menomamente essere accidentale, ma sia da dipendere dalla mano dell’uomo col sussidio di un adatto strumento” e che “ nella ipotesi che tale strumento sia un chiodo di forma comune, il tratto di esso penetrato in cavità, abbia a valutarsi di circa 5 centimetri”.

Già nel 1700 Don Lelio Marini, Abate generale dell’ordine dei Celestini, nella suo opera “Vita e miracoli di S. Pietro del Morrone già Celestino Papa V” parla di (pag. 462) “un buco di forma quadrangolare, che chiaramente appare non naturale ma fatto con un chiodo conficcatoui ,& è di larghezza quanto potrebbe fare un chiodo ordinario di quegli che in Abruzo fi chiamano brefciani…” Aggiunge l’Abate celestino che nel 1597 l’Abate Francesco d’Aielli fece rompere il muro della Cappella intitolata alla Vergine Maria nella chiesa dell’abbadia di S. Spirito presso Sulmona per tirarne fuori una scatola rotonda alta mezzo palmo tutta dipinta e la trovò piena di reliquie tra cui un chiodo lungo mezzo palmo con tracce di sangue, come confermato dai medici Tiberio Monti e Mario Veluce ; recatosi a S. Maria di Collemaggio, alla presenza di Bartolomeo Crispo e “altri nobili e cittadini aquilani” verificò che le misure del chiodo erano conformi al buco.

Lo stesso Lelio Marino afferma di aver visto il chiodo in questione. Singolare è la circostanza che analogo foro si trova in altro cranio illustre, quello di S. Giovanni Battista custodito nella cattedrale di Amiens, il che avvalorerebbe, in alternativa all’ipotesi di uccisione-non da escludere-, quella di un rituale come ho avuto modo di illustrare nei miei scritti.

Le immagini a confronto dei due crani bucati sono significative e mal si conciliano con il carattere naturale del preciso foro quadrangolare.



Sull’ipotesi dell’uccisione lo storico Ludovico Gatto (Ludovico Gatto: Celestino V Pontefice e Santo-ed. Bulzoni) riferisce degli atti del processo a Bonifacio, conclusosi nel 1311 con sentenza di condanna, rinvenuti da uno storico francese, Jean Coste, da cui il successore di Celestino risulta homicida propter Celestinum.

Tali atti vanno valutati con opportuna cautela perché il processo a Bonifacio è stato probabilmente “costruito”dalle stessi menti (Filippo il Bello e il Nogaret) e con le stesse modalità di quello ai Templari in cui si è fatto affermare ciò che il sovrano francese gradiva che si dicesse, ma comunque prova che già i contemporanei ipotizzavano una morte violenta di Celestino.

Salvo a attendere le conclusioni definitive della Commissione, il mistero del buco in fronte resta dunque ancora irrisolto.

Maria Grazia Lopardi - L'Aquila

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