Sui passi di Celestino



Quando un affamato dello Spirito, un ricercatore del cammino- che dalla linea orizzontale tra la vita e la morte si alza in verticale verso " l'Altrove"-, si imbatte in Celestino, è impossibile che rimanga indifferente; la curiosità per un personaggio così sorprendente e così negletto dalla storia ufficiale si trasforma in devota attenzione e questa in amore.

Non è una personalità che si impone al pellegrino dello Spirito ma una Via al di fuori del tempo e dello spazio, perché valida per tutti i tempi e luoghi: è la Via che conduce alla libertà, oltre gli schemi ed i condizionamenti, a prescindere dalle credenze e dai costumi religiosi.

Celestino è per tutti coloro che avvertono, custodita e nascosta nella fragilità umana, una Fonte di Luce che chiede di essere liberata ed alimentata: ogni cuore può divenire la grotta in cui nasce Gesù ed ogni anima purificata la Vergine che rende possibile alla Luce di manifestarsi.

Andiamo con degli amici sulle orme di Celestino: sui sentieri dei monti d'Abruzzo da lui percorsi, nella speranza di carpire qualcosa di suo, della sua energia per spezzare le catene della natura umana e per rinascere dalle ceneri come la mitica fenice.

Saliamo sul Morrone e sulla Maiella dove il tempo sembra essersi fermato: l'quila ed il falco pellegrino solcano il cielo e l'orso ed il lupo lasciano le loro impronte sul terreno.
Qui si è ospiti di una natura intatta che richiede rispetto, qui si entra nel regno del silenzio, in punta di piedi , pronti come i pastori e gli eremiti ad affrontare una prova a cui la città non ci ha abituato.
Chi non ama il silenzio quassù sta male, perché si trova in compagnia dei suoi fantasmi, di se stesso.
Se riesce a resistere, i fantasmi svaniscono e l'ombra diviene amica.
Sui monti d'Abruzzo , aspri e scoscesi, è nata una religiosità improntata sulla sofferenza, ambientata nei ripari delle grotte, vivificata dai riti della natura che offre la roccia rigeneratrice e l'acqua miracolosa e che scandisce i ritmi dell'attività e del riposo, del colloquio con Dio e della fatica per sopravvivere.

L'eremo di S. Onofrio ci accoglie sul Morrone: qui era Pietro quando gli fu annunciato che era stato eletto Papa, qui si consultò con il Signore quando poi disse di accettare: un piano grandioso dello Spirito iniziava la sua realizzazione che richiede secoli, che coinvolge anche noi a distanza di 700 anni ed i pellegrini che ora noi siamo avvertono con trepidazione la potenza di una volontà che chiede di rinunciare a quella del nostro ego.

Saliamo entusiasti ed ansiosi di cogliere una traccia, una sensazione, una forza trasformante quale è quella dello Spirito.
Ci soffermiamo in particolare nel luogo che sentiamo più sacro: la grotta lucidata dal corpo di Pietro e da quello dei fedeli di ogni tempo che affidavano al ventre della terra il male che albergava in loro e si purificavano con l'acqua, che un incavo raccoglie, per riuscire alla luce del sole trasformati.
Grotta e montagna sono due simboli complementari legati al processo di morte e rinascita di chi percorre il cammino verso l?alto, ma ,come Dante, passando per gli inferi interiori, lì dove le ombre chiedono di essere conosciute ed accettate sotto il manto della compassione, per dissolversi nella luce.

Procediamo per la Maiella, definita dal Petrarca "domus Christi"- perché sin dai primi secoli del Cristianesimo ha accolto schiere di anacoreti nei suoi numerosi rifugi rocciosi- e dagli abruzzesi " madre", sposa del Gran Sasso e con tale consorte responsabile della testa dura di qui.
Come una madre amorosa, offre il riparo di boschi di faggi e lecci e l'utero della rinascita dei " verzieri", estesi terrazzi di roccia ricoperti da un tetto naturale di pari materiale, eletti a dimora dagli eremiti in cerca del silenzio in cui ascoltare la voce di Dio.
Come una madre severa, richiede disciplina ed attenzione perché in terre tanto aspre la Provvidenza dà piume agli uccelli e peli alla piante per proteggerle dal freddo, ma ha bisogno della buona volontà degli uomini.

L'eremo di S. Spirito , salvato dalla rovina con un restauro per altri versi abbastanza discutibile- ci trasmette un'emozione intensa: la costruzione realizzata sull'originale oratorio di S. Nicola, preesistente all' arrivo di Pietro, si appoggia ai "verzieri" confondendosi con la roccia che lo accoglie e gli offre riparo; le tracce del passato testimoniano una vita fatta di lavoro, di preghiera e di riposo, e dei giovani frati, dando continuità alla sacralità del luogo, con l'amorevole accoglienza che offrono a chiunque la richieda, ne hanno di nuovo fatto un centro di spiritualità.
Con dispiacere abbiamo appreso che a metà ottobre andranno via e forse gli sterpi torneranno a ricoprire questo posto o , peggio, interessi di diversa natura ne sfrutteranno la bellezza.

Come Pietro lasciò S. Spirito per cercare posti più solitari, anche noi , sulle sue tracce ci spostiamo all'eremo di S. Bartolomeo, il martire scorticato vivo che perciò, nella statua custodita nella chiesetta, porta sulla spalla la sua pelle offrendo un coltello, come per invitare il pellegrino a spogliarsi della sua superficiale personalità affondando la lama del discernimento in se stesso.
La pioggia che ha reso scivoloso il sentiero, conferisce al paesaggio un fascino nordico, malinconico ed al contempo dolcemente intimo: saliamo la scala santa e ci fermiamo in silenzio ad assaporare, ad ascoltare.
L'entusiasmo rompe l'incantesimo perché troppo ci affascina la risorgenza di acqua miracolosa, interna alla chiesetta, rimedio ad ogni male, compreso il flagello della peronospora della vite : la presenza dell'acqua nella roccia ci riporta a rituali antichi, legati al culto della Madre Terra, della Grande Dea, e troviamo bellissima e significativa questa continuità del sacro al di là dell'etichetta religiosa che l'uomo appone nel tempo.
La stessa sorgente ai piedi della roccia sarebbe scaturita per effetto di un colpo conferito da S. Bartolomeo al terreno con un catenaccio, proprio come, secondo la mitologia hanno fatto Ercole e Mitra con la lancia e la freccia.

Pensiamo a Pietro, al "solo con Dio", e ci sembra di vedere con i suoi occhi il verde pendio di fronte all'eremo, quasi barriera di separazione tra il suo mondo incentrato sul Signore e quello abbandonato al di là del limitato orizzonte.
Pensiamo che solo se si arriva ad ascoltare la voce del Silenzio si può rimanere qui a lungo senza impazzire.

Ci rimane l'eremo più suggestivo, nella valle dell'Orfento: scendiamo lungo un sentiero nel bosco e la piante ci insegnano i loro segreti, come avere le radici ben ancorate nella terra per aspirare alla luce del sole proiettandosi verso l'alto, come offrire la propria bellezza senza nulla chiedere e nulla voler sembrare, come entrare in sintonia con il respiro cosmico secondo la legge del ricevere e dare.
Ad un tratto il sentiero si perde nella roccia ed il precipizio delimita lo stretto passaggio verso la nostra meta: nella parete rocciosa qualcuno ha scavato una scaletta e poi un piccolo corridoio il cui tratto finale va percorso sdraiati a terra.
Che simbolo meraviglioso!
Occorre umiltà per entrare nell'eremo di S. Giovanni, il più scosceso, il più solitario, nella sinfonia del gorgogliare delle acque del torrente e del frusciare delle foglie accarezzate dal vento.
Qui Pietro rimase 9 anni.
Entriamo in pochi, qualcuno ha paura del precipizio, dell'altezza.
Altro incredibile simbolo: sono le nostre paure ad abbandonare gli appoggi noti ed a sfidare la libertà che ci impediscono di volare.
Sì, perché dalla roccia che sporge davanti alle stanzette scavate dagli eremiti si ha l'impressione di volare, di non avere più appigli a terra.

Leggiamo, non a caso, il pensiero lasciato affidato, da un visitatore, ad un foglio sul piccolo altare : "se Dio esiste è qui".
Dire che siamo commossi è poco; ci sediamo in silenzio ad ascoltare e poi prendiamo il piccolo scolorito Vangelo sotto il quale era il foglio.
Ognuno di noi lo apre a caso aspettandosi di trovare il messaggio di cui ha bisogno e lo sentiamo con il cuore e lo custodiamo nella mente.
Dio parla sempre con la Voce del Silenzio.

Maria Grazia Lopardi - L'Aquila

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